Un pesce in terra ferma, fatta di un altro elemento.
Respiro solo in acqua, ma nuoto contromano.
Fotografo perché certe cose non si possono dire. Studio il linguaggio per capire quali. Leggo per scoprire che qualcuno, di solito cento anni prima, lo sapeva già.
Coltivo piante grasse, perché sono ostinatamente silenziose, si costruiscono lentamente la loro vita e crescono da sole.

Perché ho aperto questo spazio?
Ogni essere umano è più ampio di qualsiasi nome gli venga dato.
Prima di essere definita, una persona esiste come insieme di possibilità: come una funzione d’onda, come una parola che non è ancora entrata in una frase, come un’immagine latente su una pellicola non sviluppata. Tutte le sue versioni coesistono, intatte, nel buio.
Ogni sguardo che la nomina è una misura. Ogni misura la riduce a una sola di quelle versioni. Ciò che resta è vero e nitido, ma è sempre parziale: un fotogramma, non il film.
Qualcosa resta sempre fuori dall’inquadratura. Ognuno è legato a ciò che non riesce a dire, come un negativo al suo positivo: la stessa luce divisa in due, che nessuna distanza separa del tutto.
Per questo nessuno può essere conosciuto per intero e nello stesso istante. Vale per la materia, come insegna Heisenberg: non si possono determinare insieme, con precisione, posizione e direzione. Vale per la fotografia, dove la nitidezza congela il movimento e il movimento sfoca i contorni. Vale per il linguaggio, che appena afferra qualcuno lo ha già perso.
Ne deriva un diritto e poi una legge fisica: il diritto di non essere ridotti al punto in cui ci si trova. Chi si sente un pesce in terra ferma, fatto di un altro elemento, chi respira solo in acqua e nuota contromano, non è fuori posto. È semplicemente in movimento.
Più si sa dove siamo, meno si sa dove stiamo andando.
Δx · Δp ≥ ħ/2
