
Istruzioni per mondi che non esistono, ma ci somigliano
“Le regole di questi mondi” di Carlo Sperduti
Ci sono libri che si leggono e libri che si attraversano. Le regole di questi mondi appartiene alla seconda specie: non racconta un mondo, ne apre molti, uno dopo l’altro, e in ciascuno vige una legge diversa che nessuno si prende la briga di spiegarti.
Come funzionano questi mondi
Il libro si apre con una norma che è già un programma: “Una regola di questi mondi è non aprire”. Non una legge, ma buon senso: a ogni apertura qualcosa passa dall’altra parte, e se un cassetto è un pericolo, una finestra è terrore.
È questo il meccanismo di Sperduti: prende una logica, la capovolge, e poi la applica con un rigore da notaio. Il paradosso non è mai un’esplosione di follia, ma un sistema coerente fino in fondo. Nei suoi mondi si incontrano malintesi continui tra una vita e l’altra, indagini risolte a venti metri da terra, trapianti temporali e casi di doppia memoria. Il tempo e lo spazio non sono lo sfondo delle storie: sono i loro personaggi più instabili.
Il senso sotto le regole
Le regole di questi mondi pone una domanda seria: da dove vengono le regole del nostro mondo? Chi ha deciso che una porta si apre, che il tempo va in una sola direzione, che le parole significano quello che significano?
Sperduti non risponde. Mostra. Portando le convenzioni fino al loro punto di rottura, ne svela l’arbitrarietà: ciò che chiamiamo “normale” è anch’esso un insieme di regole, solo che ci siamo nati dentro e abbiamo smesso di vederle. E lo strumento con cui compie questo smontaggio è il linguaggio stesso. Non a caso la raccolta si chiude con la sezione dedicata alla parola: è lì che si capisce che ogni mondo, prima di esistere, è stato detto. E che basta dire le cose in un altro modo per far vacillare la realtà. In questo senso il nonsense di Sperduti non è evasione ma sovversione: un modo per ricordarci che il linguaggio non descrive soltanto il mondo, lo costruisce.
“Senza
Ma parlare in questo momento. Unica via
accessibile: un paese antico di cui essere abitanti
sprovvisti di dialetto. In pochi adunati in una
piazza a scartare optesi su cosa, prima del ma?”
Un tassello del nostro percorso
Negli altri articoli “L’occhio del fotografo” e “Dire e Mostrare” ho parlato del confine del linguaggio che Wittgenstein tracciava nel Tractatus, di ciò che non si può dire, della fotografia che comincia dove le parole si fermano. Le regole di questi mondi arriva a quel confine da un’altra parte, con un sorriso obliquo.
Wittgenstein ci ha insegnato che oltre un certo limite le parole producono nonsenso. Sperduti fa del nonsenso un metodo: spinge il linguaggio proprio lì, sulla soglia, per vedere che cosa succede quando le regole non tengono più. E non è un caso che il suo libro cominci proprio dalla soglia, da quella regola che dice di non aprire. E ci mostra che cosa accade quando le parole, invece di fermarsi, continuano a camminare. Leggetelo a piccole dosi, un mondo alla volta. E fate attenzione, prima, a quale porta aprite.