Scrivi come parli o parli come scrivi?

“Ci sono tutta una serie di cose che non vanno.” “Se sapevo, venivo prima.” Sono frasi che sentiamo ogni giorno, che accettiamo e che a volte usiamo anche noi, anche se a qualcuno (a me, per esempio) fanno venire l’urto di nervi.

Lo stesso vale per i messaggini whatsapp: “Ma stasera?”, “È da vedere se riesco”. Sono frasi incomplete, eppure le capiamo benissimo. Quando scriviamo ci cadiamo più spesso, perché facciamo prima e siamo più veloci.

Succede anche nelle canzoni. In Se telefonando di Mina (“Se io rivedendoti fossi certa che non soffri”) in La leva calcistica della classe ’68 di De Gregori (“innamorati da dieci anni con una donna che non hanno amato mai”) e ne La locomotiva di Guccini (“Non so che viso avesse, neppure come si chiamava”) ci sono costruzioni che la grammatica scolastica non approverebbe. Ma vanno bene così: la metrica musicale chiede qualche sacrificio grammaticale, e il senso arriva comunque intero.

Chomsky distingueva tra frasi grammaticali e frasi accettabili. “Idee verdi senza colore dormono furiosamente” è corretta ma non significa niente; “Ma stasera?” è incompleta ma comunica perfettamente.

Comunicare con gli altri è fondamentale e per questo usiamo la lingua in base alle necessità: comunicative, didattiche, espressive, artistiche e anche fisiche. La usiamo anche in base a chi è il nostro interlocutore.

Una lingua corretta in assoluto non esiste: ogni persona ha la sua, gli idioletti, come li chiamano i linguisti e poi ci sono i dialetti. L’italiano corretto è una piccola nicchia che ne mette insieme molti.

L’obiettivo, quando si scrive, invece, è scegliere con cura le parole, le espressioni e l’organizzazione del testo per trasmettere nel modo più fedele possibile ciò che si vuole dire: la scena di un fatto, un concetto o qualunque altra cosa. Per questo scrivere come si parla va bene quando basta e parlare come si scrive serve quando chi ascolta non può interrompere.

«Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!» è pronunciata da Nanni Moretti (nel ruolo di Michele Apicella) nel film Palombella rossa del 1989.

Ha ragione Nanni Moretti: le parole sono importanti e vale la pena sceglierle con cura. Ma questo non vuol dire parlare come un libro stampato a ogni ora del giorno. Vuol dire accorgersi che il modo in cui parliamo racconta qualcosa di noi: quanto siamo attenti agli altri, quanto siamo aperti, come ci mettiamo nel mondo.

Wittgenstein l’ha detto in una frase: «i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo». Se non possediamo le parole per nominare una sfumatura emotiva, un concetto complesso o un sentimento, quell’esperienza rischia di rimanere opaca, confusa e inaccessibile perfino a noi stessi. Per questo allargare il vocabolario non serve a fare i professori. Serve a spostare un po’ più in là le pareti della nostra mente, espandendo la misura stessa di ciò che possiamo comprendere, provare e condividere.