La Teoria Raffigurativa di Wittgenstein
Nel Tractatus Logico-Philosophicus Wittgenstein si pone un obiettivo tanto ambizioso quanto radicale: tracciare, una volta per sempre, il confine del linguaggio. Da una parte ciò che le parole possono dire in modo dotato di senso; dall’altra ciò che le oltrepassa. Lo strumento con cui traccia questa linea è la Teoria Raffigurativa del linguaggio (Picture Theory).
Il mondo e il linguaggio: una corrispondenza speculare
Il punto di partenza è sorprendente: per il primo Wittgenstein il mondo non è fatto di cose, ma di fatti. Una chiave e un tavolo, presi da soli, non dicono ancora nulla; ciò che costituisce il mondo è il loro legame, il fatto che la chiave sia sul tavolo. Un fatto è dunque una configurazione di oggetti connessi tra loro in un certo modo.
Il linguaggio ha la stessa architettura, e la rispecchia punto per punto. Ai singoli oggetti del mondo corrispondono i nomi; ai fatti corrispondono le proposizioni.
Una proposizione, allora, è un’immagine logica: un modello di uno stato di cose, reale o possibile. Funziona come una carta geografica, che non somiglia al territorio nei colori o nei materiali, ma ne conserva le proporzioni e i rapporti. Allo stesso modo, perché una frase abbia senso, la sua struttura logica deve ricalcare la struttura logica della realtà che raffigura.
Senso e condizioni di verità
Da qui discende un criterio preciso. Una proposizione ha senso (Sinn) quando descrive uno stato di cose che potrebbe essere vero oppure falso. “Il gatto è sul divano” è sensata non perché sia vera, ma perché sappiamo esattamente che cosa dovremmo trovare nel mondo per stabilirlo: basta confrontarla con la realtà, cioè con il divano.
In questa prospettiva la scienza naturale non è altro che la totalità delle proposizioni vere. E il linguaggio ha un compito uno solo, per quanto vasto: descrivere i fatti del mondo.
L’inesprimibile: etica, estetica e Mistico
È qui che la teoria mostra il suo volto più celebre e paradossale. Se il linguaggio può soltanto raffigurare fatti, tutto ciò che non è un fatto resta necessariamente fuori dalle proposizioni dotate di senso.
Fuori da quel confine cade l’etica: “uccidere è male” non descrive nulla che si possa osservare o misurare nel mondo, ma esprime un valore. Cade l’estetica: dire che un quadro è bello non è registrare un dato empirico. E cadono la religione e il senso della vita: chiedersi perché esistiamo, o parlare di Dio, significa interrogarsi sul significato del mondo nel suo insieme, non su qualcosa che accade al suo interno.
Attenzione, però: Wittgenstein non considera queste questioni futili. Al contrario, per lui sono le più importanti dell’esistenza umana. Il problema è che la logica del linguaggio non è costruita per descriverle, e ogni tentativo di parlarne in modo razionale o scientifico produce soltanto nonsenso (Unsinn).
I valori e il senso della vita, dunque, non si possono dire, cioè formulare in proposizioni. Si possono solo mostrare, nel modo in cui si vive. È questa la dimensione che Wittgenstein chiama il Mistico.
“Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”
La proposizione 7, l’ultima e la più famosa del Tractatus, non è un’affermazione isolata ma la conclusione necessaria di tutto l’edificio. Il ragionamento procede in tre passi: il linguaggio serve a descrivere i fatti del mondo; ciò che sta oltre i fatti (i valori, Dio, l’etica, il senso dell’esistenza) non può essere tradotto in fatti; di conseguenza la filosofia deve rinunciare a costruire teorie sull’etica o sulla metafisica, perché farlo significa usare il linguaggio fuori dai suoi limiti.
Il silenzio, in questo senso, non è una resa. È il riconoscimento rigoroso di un confine.
La metafora della scala
Nelle pagine finali Wittgenstein paragona il proprio libro a una scala. Il lettore la usa per salire: attraverso la logica arriva a comprendere dove finisce il linguaggio. Ma una volta in cima deve “gettare via la scala”, riconoscendo che anche le proposizioni del Tractatus, che parlano dei limiti del linguaggio, finiscono per oltrepassarli.
Chi ha compiuto la salita ha capito una cosa decisiva: i grandi problemi della filosofia tradizionale non attendono una soluzione, perché non sono veri problemi. Sono nati da un uso scorretto delle parole, e una volta visto il confine semplicemente si dissolvono.
